Il cibo, nutrimento necessario alla vita, ma anche simbolo, espressione di cultura, rappresentazione di realtà storiche e sociali, è entrato da sempre nell’immaginario cinematografico. Si può quasi dire che non esista film in cui il cibo non sia, pur minimamente, mostrato, preparato, mangiato o almeno evocato. La sua presenza nelle pellicole cinematografiche, però non sempre ha la stessa importanza, non sempre invita a riflessioni profonde o semplicemente documenta con rigore la realtà alimentare di un periodo della storia.
Il filmato Il cibo e lo sguardo – che Cultura Gastronomica sta completando e di cui è qui possibile vedere una selezione - offre un’antologia di scene tratte da quei film che hanno saputo raccontare un tassello del complesso rapporto che gli italiani, dal secondo conflitto ai giorni nostri, hanno avuto e hanno con il cibo. Sullo schermo scorrono immagini di fame e abbondanza, memorie di tradizioni gastronomiche e annunci di nuovi gusti, trionfi di piatti e fantasie culinarie, scene di convivialità generosa e di tavole silenziose.
Il cibo dei registi da una parte è cibo reale, buono e genuino o cattivo e ingiusto, preparato in cucine contadine, borghesi o aristocratiche; dall’altra è cibo simbolico o metafisico, frutto di più inquieti bisogni e desideri.
In sintesi, dalle immagini cinematografiche sul cibo si possono individuare tre grandi tematiche: la fame, rappresentata in tutte le forme possibili, dal comico al tragico; le ossessioni, esagerate e patologiche; le tradizioni culinarie del passato – più spesso contadino – lette in un’ottica nostalgica, o rievocate con attento scrupolo ricostruttivo.
Il percorso mostra, attraverso l’occhio dei registi, il cambiamento avvenuto nei decenni dei bisogni e dei gusti alimentari degli italiani. Si passa, perciò, dalla fame del secondo conflitto mondiale all’abbondanza degli anni del boom, al rifiuto del cibo nei decenni ’70 e ’80, per giungere alla recente riscoperta delle tradizioni gastronomiche e al nuovo modo (o tentativo) di rispettare la natura, anche a tavola.
Gli anni del secondo conflitto e quelli del dopoguerra: la fame
Negli anni del conflitto e dell’immediato dopoguerra, la ricerca di pane e farina risponde alla primaria necessità di sopravvivere alla fame. Il cinema neorealista mostra soprattutto la mancanza e la ricerca, a volte affannosa, di cibo. Attraverso lo schermo, la tessera per il pane, i surrogati del caffè, la polenta, il riso assurgono a simboli di un’epoca, restituiscono una pagina di storia fatta di bisogno e di fame. Un primo cambiamento nell’alimentazione degli italiani avviene con l’apparizione sulla loro tavola della pasta, prodotto industriale espressione di un periodo di lenta ricostruzione e destinato a divenire icona dell’italianità.
Roma città aperta di Roberto Rossellini (1945), la pellicola più rappresentativa del neorealismo, apre il filmato raccontando il clima di terrore della Roma occupata del '45. La condizione drammatica della guerra è descritta con completezza e fedeltà anche attraverso il cibo: il pane con la tessera, l'assalto al forno, la borsa nera, il caffè “per modo di dire” fatto d'orzo o di cicoria, i bollini per gli spaghetti al ristorante.
L’immagine della sora Pina (Anna Magnani) che, insieme alle altre donne, dà l'assalto al forno e si riempie la borsa di pagnotte al grido di "fame e pane", testimonia una realtà precisa. Il cinema, anche tramite il cibo, comincia a mettere in atto un processo comune di memoria storica.
Ancora Anna Magnani, ne L’onorevole Angelina di Luigi Zampa (1947), incarna la donna depositaria, nel primo dopoguerra, di un compito fondamentale: la ricerca del cibo, condotta a volte anche al limite della legalità. Se durante la guerra, il pane da solo può calmare la fame, ora si cerca la pasta, prodotto industriale difficile da reperire durante il conflitto mondiale e che necessita di fuoco, acqua, pentole, piatti, forchette e almeno di un po’ di condimento. La pasta inizia il suo cammino nel cinema più leggero, figlio di una realtà che si allontana dalla sofferenza della guerra, per diventare lentamente il cibo simbolo dell’italianità.
Vittorio De Sica con Sciuscià (1946) racconta la fame dei bambini, quella fame capace di denunciare l’ingiustizia , la prepotenza e l’assurdità del mondo dei grandi. Con attenzione documentaria e commozione poetica, De Sica mostra la cruda realtà del carcere minorile, dove le zuppe e le minestre per alcuni sono “una schifezza”, per altri rappresentano una “Cuccagna”.
Una vita difficile di Dino Risi (1961), i protagonisti Elena e Silvio attraversano vent’anni di storia, dal 1944 al 1961, un periodo pieno di cambiamenti e contraddizioni. Un viaggio storico e geografico che mette allo scoperto nuove dinamiche attorno al cibo, racconta il passaggio dalle privazioni della guerra agli sprechi del boom. Scomparsa la povertà generale del neorealismo, vengono mostrate le differenziazioni sociali ed economiche evidenti anche a tavola. La sera del referendum (Monarchia o Repubblica?), in trattoria non fanno più credito a Silvio ed Elena. Li salva dalla fame l’invito a cena a casa dei principi Rustichelli (invito fatto per evitare di essere in 13 a tavola). L’annuncio del passaggio alla Repubblica getta nella disperazione i padroni di casa che si alzano dalla tavola, mentre viene salutato con speranza da Silvio ed Elena che brindano sulle note di “Fratelli d’Italia” e si tuffano nei loro piatti ricolmi del pasticcio di spaghetti e polpettine appena servito.
Avere fame, nel 1948, non vuol dire più solo trovare qualcosa per il pranzo, ma avere la necessità di un lavoro, di un salario sicuro. De Sica in Ladri di biciclette (1948) fa emergere questa drammaticità dalle situazioni quotidiane più semplici. In questo senso è esemplare il pranzo consumato da Antonio e Bruno in trattoria. Oltre a mostrare un ambiente in fase di ricostruzione, la difficoltà economica dei due rispetto agli altri commensali, viene sottolineata la vicenda personale di quel padre e di quel bambino. I due comunicano prima di tutto con gli sguardi e con i silenzi. Il voltarsi continuo del bambino verso il tavolo della famiglia ricca mette in moto un meccanismo di confronto: Bruno scopre che c’è un modo diverso di vivere e nutrirsi. Il padre lo guarda e gli spiega con pochissime parole le difficoltà della vita, gli fa intuire che nel mondo ci sono differenze e ingiustizie, lo fa sentire adulto e amato, come non sembra essere il bambino ricco e antipatico seduto dietro di lui".
Gli anni passano e, mentre l’Italia si risolleva, la tavola comincia ad abbondare di cibo. Luciano Emmer in Domenica d’agosto (1949) porta i suoi personaggi ad Ostia, meta preferita da ricchi e poveri che in spiaggia mangiano divisi da una rete secondo modalità ben differenziate: i primi al ristorante, i secondi vicino alle cabine in modo molto casareccio. Presso la cabina della popolana Ave Ninchi si consumano spaghetti, frittate, pagnotte farcite di porchetta e salame, fiaschi di vino di Frascati nella migliore tradizione romanesca. La famiglia modesta degli anni ’50 riscatta la fame passata con vino e cibo abbondante, con una dieta fatta soprattutto di carboidrati, proteine delle uova e sapori forti come quelli di aglio e cipolla; e si fa riconoscere anche per una forma fisica già abbondante, risultato di un’alimentazione ricca in particolare di pasta.
Nel 1951 Luchino Visconti, con Bellissima, mette in scena le ambizioni e i sacrifici di una madre (Anna Magnani) che sogna un grande futuro per la propria figlioletta. La realtà dei primi anni Cinquanta, per una parte della popolazione, è ancora difficile. Lo si vede anche entrando nella modesta cucina della famiglia Cecconi, dove vengono conservati con estrema cura generi alimentari ancora preziosi: zucchero, caffè e uova.
Gli anni del boom: l’abbondanza
Il clima di euforia e di ottimismo che si respira negli anni Cinquanta trova un’interessante e riuscita rappresentazione in alcuni film importanti, capaci di sottolineare sia le più felici novità, che le più evidenti contraddizioni del periodo. Il cinema aiuta il pubblico a dimenticare i tempi bui della guerra e trasmette la voglia di ricostruzione. Da una parte vengono mostrate donne formose e tavole imbandite, soprattutto di pasta, pizza, pane; dall’altra si riflette sulle anomalie di una crescita economica che annulla passato, memoria e tradizioni, anche gastronomiche, di intere generazioni costrette a lasciare il proprio paese per un futuro migliore.
L’Italia degli anni Cinquanta importa dagli USA costumi, modelli di comportamento, linguaggi, film, abbigliamento, cibo. Pop corn, chewingum, bistecche, latte, yogurt e mostarda tentano di soppiantare gli alimenti della tradizione gastronomica italiana. Alberto Sordi incarna, in un Un americano a Roma (Steno, 1954), l’italiano innamorato dell’America, ma profondamente legato alla sua identità nazionale. La battaglia che Nando intraprende, senza successo, con i “maccaroni”, corrisponde alla lotta contro il proprio essere italiano, di cui la pasta è simbolo.
Anche la fame atavica di Totò può essere placata dalla pasta. Il viaggio dal sud al nord, dalla campagna alla grande città di Milano in Totò, Peppino e ... la malafemmina (Camillo Mastrocinque, 1956) è compiuto solo dopo aver riempito la valigia di cibo della propria terra, cibo necessario per sopravvivere in un mondo sconosciuto e distante dalla cultura, anche enogastronomica, che si lascia. Giunto a Milano Totò tira fuori dalla valigia vino, olio, pane, caciotta, prosciutto, salsiccia, aglio, una gallina viva e quattro chili di spaghetti, domandandosi se "basteranno per tre giorni".
Contrasto di gusti e consumi tra persone di provenienza diversa anche in Festa di laurea di Pupi Avati (1985), ambientato nella Riviera Romagnola durante gli anni Cinquanta. Nei film di Pupi Avati il cibo è reale, fondamentale per la vita, di grande tradizione, legato a valori, sentimenti, passioni, malattie, emancipazioni. Spontaneo e naturale così come è il modo di raccontarlo. In particolare quando, come in questo caso, le storie sono ambientate nel tempo passato, in un mondo di sapori e gusti genuini. La festa organizzata dal protagonista Vanni e i piatti da lui preparati sono apprezzati in modo diverso e opposto dai vari partecipanti, borghesi e gente contadina: i primi criticano e umiliano, i secondi gradiscono con spontaneo calore.
C’eravamo tanto amati (Ettore Scola, 1974): mentre tutti mangiano bucatini all’amatriciana, alla figlia del palazzinaro Catenacci (Aldo Fabrizi) tocca mangiare uovo alla coque e due foglie di lattuga, perchè il marito (Gassman) la vuole bella magra ed emancipata dalle abbuffate volgari della famiglia.
Il dramma dell’emigrazione e la distanza tra la cultura di provenienza e quella che si raggiunge con un sogno di riscatto, è descritta con grande maestria da Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli (1960). Rosa Parondi, vedova e madre di cinque figli, affronta il cambiamento con un avvertimento: finché staranno tutti uniti, stretti come le dita di una mano chiuse in un pugno, la famiglia resisterà a qualunque difficoltà. La prima disgregazione porterà alla fine della famiglia e della cultura che li ha forgiati. Un cibo sottolinea questo concetto: il pane che Rosa taglia ogni mattina per la colazione dei figli. Quando il pane non sarà più sufficiente e anzi sarà rifiutato dai figli, la famiglia comincerà a rompersi insieme ai valori della loro cultura meridionale. Subentreranno nuove abitudini alimentari, nuovi gusti e quindi cambieranno anche i modelli culturali in cui credere. Se all’inizio la minestra di lenticchie riusciva a scaldare l’intera famiglia nel freddo inverno di Milano, alla fine la ricchezza raggiunta porterà al consumo di proteine più nobili, quelle della carne di pollo, alimento del benessere degli anni Sessanta. Ma la perdita totale delle proprie radici – per il loro valore simbolico, anche culinarie - sarà la causa della tragedia finale.
Anche Federico Fellini, in modi molto diversi, affronta il contrasto tra bontà, genuinità paesane e smarrimento metropolitano. Ne La dolce vita (1960), ambientato a Roma negli anni Sessanta, l’evanescente champagne, simbolo del lusso, del piacere più ricercato, rappresenta il precario mondo del cinema, l’inconsistente vita trascorsa nei caffè di Via Veneto, nei locali notturni, alle feste dei personaggi famosi. Quando il protagonista Marcello Rubini (Marcello Mastroiannni) ricorda i nutrienti piatti della sua provincia, un senso di smarrimento si impadronisce di lui.
Ermanno Olmi con Il posto (1961) traccia un ritratto dell’Italia del boom economico, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà sociali, attraverso lo sguardo dei semplici. Domenico Cantoni è uno di loro. Giunto a Milano dalla Brianza per partecipare ad un concorso presso una grande azienda e ottenere il sospirato posto fisso, è costretto a compiere una serie di grandi e piccole rinunce, che accetta di sopportare, sorpreso e affascinato da un mondo molto più grande di lui, che non sa ancora decifrare. Abituato alla modesta cucina di casa sua, dove è collocato pure il suo letto, Domenico conosce nuovi luoghi dove, tra la folla, consumare i pasti: le latterie e i caffè di Milano. Qui, il ragazzo di provincia, figlio di operai, imitando gli altri clienti, apprende il nuovo rituale sociale del caffè.
Oltre al posto fisso, il matrimonio per la donna è il mezzo più certo per raggiungere la sicurezza economica e la rispettabilità. Almeno negli anni Sessanta. In Matrimonio all’italiana (1964), Vittorio De Sica, ispirandosi a Filumena Marturano di Eduardo de Filippo, racconta la battaglia condotta dalla prostituta Filomena per riuscire a farsi sposare dal pasticcere Domenico, di cui è da tanti anni amante e serva. Domenico è padre pure di uno dei suoi tre figli che lei cresce da lontano e che ogni tanto, in incognito, incontra e rifocilla con le paste gigantesche del laboratorio di Domenico. In quelle paste, cibo della festa, simbolo dell’abbondanza e della dolcezza di una madre che non conoscono, i tre ragazzi si tuffano letteralmente, sporcandosi tutti di zucchero e crema.
Se Filomena cerca di salire nella scala sociale, il quarantenne Bruno (Vittorio Gassman) ne Il sorpasso di Dino Risi (1962) rappresenta l’uomo “riuscito” nell’Italia del boom economico: superficiale, irresponsabile, cinico, vigliacco, esageratamente esuberante, cerca di vincere così il vuoto esistenziale e i segni del tempo. Il cibo non è più bisogno, ma è solo piacere, forse anche pretesto per non fermarsi mai. Con la sua Aurelia spider, Domenico parte da Roma per gustare una zuppa di pesce a Civitavecchia, dove porta con sé un giovane e sensibile studente universitario, il suo opposto. Spavaldo e sicuro, dopo la zuppa ci prova con la cameriera, che lo respinge. Cibo e eros, commenta, erano nel piatto del suo compagno di viaggio: lì la ragazza aveva messo i gamberi più grossi, quale segno del suo interesse per lui.
Negli anni del boom c’è comunque ancora chi deve combattere con la fame: il sottoproletariato. La sua triste sorte viene raccontata con tragica sacralità da Pier Paolo Pasolini ne La ricotta (episodio di Ro.Go.Pa.G., 1963). Stracci, poveraccio perennemente "affamato di pane", arruolato tra le comparse di un film, non vede l'ora di mettere mano al cestino della colazione, ma vari eventi sul set allontanano il momento. La sua fame, ormai incontenibile, gli fa divorare con seria avidità una ricotta intera e i resti dell’ultima cena appena girata. Tanto cibo lo porta a morire sulla croce, mentre si cerca di girare la scena della Crocifissione di Gesù. Il regista, che si è appena dichiarato di ideologia marxista, di fronte al povero pezzente sottoproletario morto, commenta: “Crepare ..., non aveva altro modo di ricordarci che anche lui era vivo!”
Stracci mangia con le mani, così come, con significato completamente diverso, fa Sandra Milo in 8 e mezzo di Federico Fellini (1963). Con modi provocanti, la Milo mangia del pollo, negli anni Sessanta il cibo simbolo delle migliori condizioni economiche. Il passaggio dalla pasta alla carne, dai carboidrati alle proteine si svolge insieme al cambiamento dei costumi: l’immagine del cibo – in primo luogo del pollo - si arricchisce di allusioni erotiche.
La rappresentazione del cibo, la sua capacità di suscitare appetiti e desideri inconsapevoli, è un’arma che la pubblicità comincia ad utilizzare sempre meglio. Carlo Lizzani ne La vita agra (1963) racconta l’ascesa di un creativo della pubblicità che ammonisce i suoi collaboratori a trovare gli slogan migliori per reclamizzare anche i prodotti alimentari. In tempi in cui la produzione del cibo si avvia verso la standardizzazione e la bassa qualità, la pubblicità deve riuscire a rendere seducente ogni prodotto, evocando nei consumatori profumi e sapori sempre meno percepibili nella realtà.
L’industria del cibo sembra dimenticare i saperi della tradizione gastronomica che, quando sono espressione di un mondo borghese da superare, diventano pure bersaglio di ironia; come accade in Prima della rivoluzione di Giuseppe Bertolucci (1964). Fabrizio, il protagonista ventenne, figlio di un’agiata famiglia di Parma, non accetta i valori borghesi in cui è costretto a vivere; nel tentativo di affrancarsene, critica anche i rituali gastronomici delle feste. A Pasqua i preparativi e i pranzi non finiscono mai e diventano teatro di futili diatribe sulla cucina.
Marco Ferreri, ne L’uomo dei cinque palloni (episodio di Oggi, domani e dopodomani, 1965) restituisce l’immagine della Milano egli anni Sessanta: moderna, operosa, ricca ma alienante e assurda. In questo clima non si mangia più per fame, ma per determinare il valore economico del cibo. Il protagonista, interpretato da Mastroianni, guarda le vetrine ed entra nella celebre gastronomia Pek, dove la gente mangia per noia. Acquista un tartufo e una volta a casa lo sfoglia sul risotto: a ogni grattata ne ricorda il prezzo. Il buono del cibo non sembra avere più senso; non c’è più tavola, convivialità, solo solitudine. Nel film del giovane Ferreri comincia a profilarsi la sua futura morbosa attenzione al cibo.
Gli anni Settanta: il rifiuto
Gli anni Settanta rappresentano una cesura netta nei confronti del passato: disorientamento, stanchezza e opulenza caratterizzano il rapporto degli italiani con la vita e la storia, e quindi anche con il cibo. Alcuni registi raccontano questo smarrimento con la “grande abbuffata”, dove il cibo ha perso il suo carattere di convivialità, di bene sociale e culturale, di codice di comunicazione, per diventare viatico per la morte, simbolica e reale. Per altri cineasti il modo più adatto per narrare la crisi sociale e politica del paese è offerto dalla commedia che si tinge di toni cupi, volgari, violenti. Il genere comico riflette il modo, tipico di quegli anni, di rapportarsi al cibo: la ricerca di nuove abitudini alimentari in antitesi a quelle del passato, l’affermarsi di un gusto gastronomico consono all’idea di modernità. In breve, la commedia degli anni Settanta codifica l’immagine dell’italiano medio, consumatore massificato e livellato.
Federico Fellini sottolinea la materialità bassa e greve del mondo del cibo in Roma (1972) nel quale un provinciale racconta la sua scoperta e il suo rapporto con la città eterna dal 1939, anno del suo arrivo, agli anni Settanta. Con un linguaggio visionario che confonde tempi e spazi, Fellini costruisce più di una scena corale dove si mangia nelle strade, si parla di cibo per spiegare la vita. Tra i tavoli delle trattorie romane si urla, si “magna”, abbondano volgarità e doppi sensi, i piatti sono ricchissimi, le bocche avide e i corpi sovrabbondanti. Il mondo dell’alimentazione, costituito di miti, riti, memorie, illusioni e ossessioni diventa per il regista il terreno su cui far crescere le proprie immaginazioni, dove dar corpo alle proprie fantasie.
Fantasie e pulsioni primarie trovano sfogo anche ne La grande abbuffata di Marco Ferreri (1973) perché si compia il volontario suicidio dei protagonisti. Mangiano sanguinaccio, cinghiale, capriolo, faraone, galletti, merluzzi, ostriche, tacchino (ingrassato con cioccolato, noci e cognac), rognoni, aragosta alla Mozart, spiedini di maiale, porchetta; aprono lo stomaco tra un pasto e l’altro con cioccolata in tazza; continuano con pizza provenzale, purè, tagliatelle, tortellini alla panna con funghi, arrosti, caviale, composta di mele, purea di marroni, parmigiano, patè fino a morire. I quattro amici si imbottiscono di cibo che non riempie, ma svuota; si stordiscono ingozzandosi, ma amplificano solo il loro smarrimento. Il cibo, attraverso lo schermo, diventa immagine, icona inviolabile e affrontabile senza rischi.
L’altra faccia della medaglia, quella in cui appare l’italiano mediocre, trova compiuta e fortunata rappresentazione in Fantozzi (Luciano Salce, 1975), sintesi di servilismo e vigliaccheria. Tipo mostruoso della commedia all’italiana, Fantozzi si distingue anche per il suo modo di mangiare. Frustrato nel lavoro e in famiglia, si getta sul cibo avidamente: a casa mangia spaghetti, frittate di cipolle e beve birra ruttando liberamente. Nel tentativo di far colpo sulla segretaria, cerca – goffamente e senza successo - di essere alla moda frequentando i locali cinesi e giapponesi che, appena comparsi nelle grandi città italiane, sono già diventati un fenomeno di costume.
Gli anni Settanta sono anche gli anni di piombo, caratterizzati dall’impegno politico, dalla droga, dalla follia e dall’autodistruzione. Condizione in cui vivono i personaggi surreali del disegnatore Andrea Pazienza riproposti da Renato de Maria in Paz (2002). Nella Bologna del 1977, in 24 ore, dalle quattro del mattino all’alba del giorno dopo, si snodano le storie parallele di tre ragazzi che vivono nello stesso appartamento senza mai incontrarsi. La cucina è il centro dell’appartamento: sporca e trascurata come le vite sbandate dei protagonisti, è il luogo dove si svolge qualunque attività. In cucina non solo si mangia, ma si preparano le canne, si studia, si mette lo smalto sulle unghie, si fanno infuocate riunioni tra universitari in lotta contro il sistema. E contemporaneamente si può tentare di fare colazione con gli avanzi, mentre altri leggono il giornale, si laccano le unghie dei piedi o succhiano una terribile minestra di pasta. La convivialità è solo nel numero dei commensali, non nella comunicazione di pensieri o piaceri culinari.
Gli anni Ottanta, Novanta e il Nuovo Millennio. Dal rifiuto del cibo alla ricerca delle tradizioni gastronomiche locali
I fenomeni e le rotture avvenuti negli anni Settanta trovano pieno compimento nell’Italia degli anni Ottanta, che vuole essere facile e felice, distante più che mai da costumi e tradizioni del passato. Sono anni di vera abbondanza, di quella abbondanza che dà luogo, come primo effetto, a nausea e rifiuto. Nei film appare il mondo degli impiegati, fatto di pasti veloci nei bar, di cibi precotti e surgelati, di ricette improbabili lontane da qualunque tradizione culinaria; un mondo soprattutto segnato dalle prime diete.
Altri cambiamenti avvengono negli anni Novanta, anni contrassegnati da complicazioni e confusioni nella vita sociale e, ovviamente, anche nel rapporto con il cibo. La paura di mangiare è angosciante, quanto quella di non mangiare; il dilemma si consuma tra il rifiuto di nutrirsi e l’abbandono senza misure al desiderio della gola.
Il Nuovo Millennio invece – come anche i registi notano – si apre con un crescente interesse per la cultura materiale, le tradizioni gastronomiche e il miglioramento qualitativo del cibo. La reazione all’imbarbarimento della tavola degli anni precedenti comincia a dare i suoi frutti migliori. La necessità di riappropriarsi di beni gastronomici dimenticati, il desiderio di rispettare la stagionalità dei prodotti della terra, di consumare lentamente cibo buono e giusto, ha avuto tra le altre cose due conseguenze diverse. Da una parte, ha dato luogo al fiorire della categoria dei critici gastronomici, guide necessarie sul campo, che diventano a volte star indiscutibili, ma dal giudizio discutibile; dall’altra parte, l’attenzione al cibo come cultura ha aperto la strada alla migliore ricerca gastronomica, ha dato e dà spazio alla creatività di ottimi cuochi.
Nell’indifferente Bologna degli anni Ottanta è ambientato Impiegati di Pupi Avati (1984) che racconta, attraverso il cinismo e le meschinità dei suoi personaggi, il grigiore del vivere contemporaneo. Il cibo moderno, senza tradizioni ma frutto di mode passeggere, corrisponde all’ossessione dell’apparire degli yuppies. Avati fotografa un cambiamento sociale di grande rilevanza: il pranzo di mezzogiorno, momento di riunione della famiglia italiana durante il quale si consumavano piatti caldi appena cucinati, è stato sostituito dalla veloce pausa al bar, dove si mangiano in piedi, piatti freddi e panini. L’esodo dalla tavola procede insieme alla difficoltà di comunicazione e di relazione profonda che i giovani dell’epoca provano.
Quando il cibo è preparato con amore, diventa via al piacere e forma di riscatto da una vita sbagliata. Così è nell’Uomo in più di Paolo Sorrentino (2001), storia dell’ascesi e declino di due Antonio Pisapia, un calciatore e un cantante napoletani. Il film è ambientato negli anni Ottanta, negli anni in cui sembra avere inizio la supremazia della volgarità: la volgarità che fa accedere al successo il cantante Tony; e la volgarità nel nome della quale Antonio dovrebbe truffare i tifosi del calcio, scommettendo sulla sconfitta della propria squadra, senza pensare che ciò sia poco morale. C’è un momento in cui Tony (Antonio Servillo) cambia stile di comunicazione: quando cucina. In quelle occasioni mostra un’altra faccia di sé, più modesta e generosa: la passione con cui prepara il cibo esprime la voglia di regalare a chi gli sta vicino un momento di felicità, tentativo forse inconsapevole di rimediare ad errori compiuti forse senza troppa volontà.
Con La famiglia (1986) Ettore Scola, attraverso un racconto lungo ottanta anni, dal 1906 al 1986, mostra alcuni fondamentali mutamenti della società italiana. Alla cronaca quotidiana fanno da sfondo gli eventi storici, dalle due guerre al fascismo, alla ricostruzione. Nella casa romana di Via degli Scipioni, la tavola ha un ruolo da protagonista, attorno ad essa ci si incontra, ci si scontra, si comunica o si sta in un silenzio incapace di dire. Su di essa scorre la tradizione gastronomica italiana: abbacchio, coniglio, burro che arriva dalla campagna, biscotti e dolci che ricordano l'infanzia; tortellini, tagliatelle, spaghetti, gnocchi, involtini, arrosti. In una tavola sempre meno affollata e ricca, ormai relegata in cucina e non più in salone, alla fine si incontrano generazioni lontane, lontane anche nei piatti che la loro età permette: al nonno (Vittorio Gassman) è concessa una minestrina triste, al nipote (Sergio Castellitto) un bel piatto di pasta. Una forchettata di pasta offerta dal giovane avvicina i due in un piacere senza età.
La triste ossessione delle diete degli anni Ottanta offre spunti comici a Luca Verdone che in Sette chili in sette giorni (1986) mette in scena il tentativo di due medici falliti di ottenere facile guadagno aprendo una clinica per dimagrire. Più che realizzare una commedia di costume, il regista sfrutta la moda delle cliniche per far ridere senza riflettere.
La cultura popolare di questi anni viene interpretata allegoricamente da Federico Fellini ne La voce della luna (1990). Di questa cultura fanno parte le sagre, come la sagra dello gnocco in cui finiscono i due singolari personaggi, Salvini (Roberto Benigni) e l'ex prefetto Gonnella (Paolo Villaggio). Con cinismo e malinconia, Fellini evoca nella sagra il mito del Paese di Cuccagna, dove il cibo non finisce mai e regna solo l’abbondanza. Da pentole gigantesche escono gnocchi per tutti da condire con montagne di formaggio grattugiato, mentre tra musica e danze la "Gnoccata" elegge re gnocco, regina gnocca e miss farina. La sagra ha una storia che affonda nel passato (fin dal 1865, quando c'era la tassa sul macinato), ma continua a suscitare nei sensi dei partecipanti piaceri senza limiti, piaceri che liberano per un attimo il corpo e la mente.
Il mondo della fantasia, abitato con gioia in particolare dai bambini, scompare nel film di Gianni Amelio Il ladro di bambini (1992) che racconta il viaggio, da Milano al sud, di un carabiniere incaricato di accompagnare ("tradurre") in orfanotrofio l'undicenne Rosetta, costretta dalla madre a prostituirsi, e il fratellino Luciano. Un triste cammino nell'Italia contemporanea, dal volto sciatto e indifferente al dolore dei più deboli. Anche il cibo che li accompagna è anonimo: dal panino al salame in treno, alla coca cola e patatine in stazione, al pasto abbondante e di cattivo gusto per la festa di Comunione, in Calabria, nel ristorante della sorella del carabiniere, realizzato in una costruzione abusiva. Solo alla fine, arrivati vicino alla meta, in Sicilia, i tre riescono ad assaporare un breve istante di felicità, complici il mare, il sole e un pranzo buono a base di pesce preparato da una trattoria sulla spiaggia. La serenità del momento fa affiorare emozioni e desideri, così il piccolo Luciano sogna di tornare a gustare il suo cibo, le patatine e il ketchup di “Burghy”, il fast food della Milano da bere.
Come i bambini, anche molti adulti negli anni Novanta preferiscono mangiare nei fast food e nei locali dove si offre cibo globalizzato e ordinario. Vittima di questa tendenza è Mario (Francesco Paoloantoni) nel film Baci e abbracci di Paolo Virzì (1999). Mario proprietario del ristorante in fallimento "La Vecchia Macina", con le sue specialità toscane (salame, prosciutto di cinghiale, salsiccia di fegato, lardo di colonnata, pecorino di Pienza, maialino tartufato, tortelloni) non può reggere la concorrenza della risto-pizzeria "Da Giovanni", che offre pizza patatine fritte e ketchup, conditi con una buona dose di karaoke. Uno scambio di persona, catapulta Mario in una comunità che alleva struzzi, in cerca disperata di finanziamento. Scoperto l’equivoco e superata la rabbia, la comunità apre la cucina a Mario che prepara un pranzo di Natale a base di tartine al patè di fegatini di pollo, cappone ripieno, carne di struzzo e castagnaccio. Gustoso preludio al sogno di aprire un ristorante insieme, a difesa della tradizione gastronomica locale contro l’incombente fast food.
Di altri contrasti tratta Sandro Baldoni in Strane storie: racconti di fine secolo (1994). Durante un viaggio in treno, un padre racconta alla figlia tre storie surreali, prendendo spunto dai compagni di scompartimento. La terza storia vede protagoniste due famiglie, una del nord e una del sud, residenti nello stesso condominio, una di fronte all’altra. La prima, del nord, è di modesta estrazione; la seconda, del sud, benestante: le differenze sociali e di provenienza geografica suscitano nelle due famiglie dapprima diffidenza, poi aperta antipatia per sfociare in vero odio. Anche la tavola rispecchia la loro diversità: una sera, da una parte si festeggia rumorosamente e con cibi semplici un compleanno, mentre dall’altra si cena serviti da un cameriere. Ognuno commenta lo stile tenuto a tavola dall’altro con scoperta e pungente ironia.
C’è un cibo che negli anni Duemila accomuna ricchi e meno ricchi: il cibo di strada, elogiato senza mezzi termini ne La forza del passato di Giangiorgio Gay (2002). Tratto da un romanzo di Sandro Veronesi, il film narra la vicenda di uno scrittore triestino, a cui all’improvviso viene rivelata da uno strano personaggio (Bruno Ganz) la vera identità del genitore da poco deceduto: non generale dell'esercito, bensì per decenni informatore del KGB sovietico. Ganz si introduce nella casa dello scrittore con del cibo acquistato in rosticceria, luoghi per lui di pura poesia, che hanno perso la semplicità originaria per diventare roba da ricchi. In rosticceria cucinare qualcosa di buono con ingredienti poveri e anche di pessima qualità, è un’impresa difficile, ma spesso ancora vinta con onore.
L’attenzione per il cibo buono, genuino, preparato con cura e rispetto per la tradizione in questi ultimi anni è venuta crescendo. Il cinema rende omaggio alla scoperta di saperi e passioni legati alla cultura materiale anche attraverso film come La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek (2003) che descrive il percorso di recupero della memoria dei due protagonisti, l’anziano Davide e la giovane Giovanna. Entrambi scovano nei propri ricordi dolori e passioni sopite, riescono a superare l’uno il rimorso per non aver salvato il proprio amato durante la razzia degli ebrei nel 1943, l’altra la paura di seguire fino in fondo le proprie aspirazioni. L’amore per la cucina li accomuna: Davide è un grande pasticcere in pensione e Giovanna prepara dolci per arrotondare lo stipendio e sopportare un lavoro che non le piace. L’anziano le rivela i segreti del mestiere con la solennità di un’investitura, sperando di infonderle il coraggio di scegliere la vita e non la sopravvivenza.
Del coraggio di cambiare vita e di cibo tratta anche Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti (2006). Ambientato nell’Alta Valle Maria (Cuneo) al confine con la Francia, il film è parlato in tre lingue, italiano, occitano e francese. Tre lingue, tre mentalità che si incontrano e che si scontrano quando un professore francese, divenuto per scelta pastore e sapiente formaggiaio, decide di trasferirsi con la sua famiglia a Chersogno. Diffidenza, accoglienza e poi espulsione dello straniero si susseguono in un racconto che sottolinea da una parte l’attaccamento degli occitani alle tradizioni, pur nell’incapacità di adeguarsi ad esse fino in fondo; dall’altra il desiderio del francese di seguire la natura e quelle stesse tradizioni nel concreto, ma senza farsene soffocare. Il recupero dei saperi gastronomici locali, a cui tutti tendevano, deve necessariamente passare attraverso un intelligente e rispettoso processo di rinnovamento e apertura, a cui quegli occitani non sono ancora pronti.
L’interesse attorno al cibo dell’ultimo decennio ha dato vita ad un mercato delle guide enogastronomiche veramente considerevole. Nanni Moretti nel Caimano (2006) colpisce con pungente ironia la figura del critico gastronomico, autore, a volte incompetente, di guide che possono decidere la sorte buona o cattiva di un locale, spesso per ragioni che esulano dalla reale bontà della cucina. Ne fa il protagonista di uno dei racconti trash del produttore Bruno Bonomo, uomo in piena crisi affettiva e professionale. Nel racconto un noto critico gastronomico si reca una sera nel ristorante dove è cuoca l’eroina Adria, sempre bersaglio delle sue valutazioni negative. Il critico ordina piatti invitanti: braciole imbottite alla siciliana, risotto alla portoricana, bombe di riso, trippa alla moda di Zurigo, bollito rifatto con le mele, piedini di vitello bollito. Alla sua ennesima bocciatura, Adria si ribella: gli lancia aragoste vive e gli versa acqua bollente addosso, peggiorando irrimediabilmente la sinusite che da quindici anni gli ha cancellato olfatto e gusto. La confessione del critico - che ironicamente allude alla credibilità di alcune guide gastronomiche – aumenta la rabbia di Adria: lo finisce con un forchettone gigantesco e fugge via, mentre dal ventre del giornalista gastronomico sgorga a fontana sangue rosso e denso come passata di pomodoro.
Dalla vendetta di un’eroina trash alla testimonianza di un vero chef ne Il cuoco contadino di Luca Guadagnino (2006) che ritrae Paolo Masieri, uno tra i più creativi cuochi del momento, mentre sceglie e prepara i prodotti della natura che conosce e rispetta. Masieri, che coltiva e seleziona le spezie e le piante aromatiche per le sue invenzioni culinarie, considera l’arte della cucina un incontro sapiente tra le tradizioni di un popolo e la creatività del singolo. Superando i saporiti surrogati degli ipermarket e dei fast food, prepara piatti raffinati che solo memoria e gusto possono documentare. La carrellata finale dei suoi piatti è un vero godimento per la vista, che invita ai piaceri del palato.